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Italiani passione spirits: quali sono i distillati preferiti dagli e-consumer del Bel Paese?

Per il 2021, l’ultimo report di Federvini ha evidenziato un valore settoriale di circa 4 miliardi di euro di fatturato per i liquori e acquaviti (i cosiddetti spirits), di cui 1,6 miliardi all’export (raddoppiatosi negli ultimi 5 anni) e 2,4 miliardi sul mercato interno. Inoltre, dati Nielsen hanno evidenziato come il mercato degli alcolici sia decollato durante e dopo il 2020, con un aumento delle vendite online di quasi il +250%. Un trend che sembra non volersi fermare: un recente rapporto della IWSR Drinks Market Analysis, infatti, ha stimato che il valore di questa industria potrebbe raggiungere i 40 miliardi di dollari entro il 2024.

Ma quali sono gli spirits – ovvero quelle bevande alcoliche ottenute dalla distillazione di cereali, frutta o verdura che sono già stati sottoposti a fermentazione alcolica (quindi Gin, Whisky, Rum, Spumante, Champagne, Liquori, Amari) – preferiti dagli italiani, quando si tratta di acquisti online? Hanno provato a rispondere a questa domanda Witailer (https://www.witailer.com/), una delle più grandi agenzie di consulenza italiane per la vendita sui principali marketplace ed e-commerce, e Mr. Dee Still (https://mrdeestill.com/), il primo shoppable magazine del mondo del beverage. La conclusione? A livello di volumi di ricerca, le categoria più ricercata in assoluto è quella relativa al Gin; seguono poi Spumanti & Champagne, Rum e Whisky

La stagionalità delle ricerche: non più solo nel periodo “di punta”

In generale, gli spirits si mostrano come una categoria stagionale che raggiunge il picco di ricerche e di acquisti durante il periodo di novembre, dicembre e gennaio (quindi in concomitanza delle festività invernali e soprattutto di Natale e Capodanno). Tuttavia, i consumatori italiani stanno mostrando sempre più interesse anche nel resto dell’anno, ad esempio nel mese di Settembre, come ha rilevato Mr. Dee Still.

I brand preferiti dagli italiani e una leadership affermata

Gli italiani hanno gusti e preferenze ben definite per qualunque tipologia di spirits. Per gli amari, tra i brand che vanno per la maggiore vi sono Jefferson, Rupes, Amaro del Capo Riserva; per i Gin si parla di Tanqueray, Bombay, Roku; per il Rum Zacapa, Don Papa, Diplomatico, per il Whisky Jack Daniel’s, Talisker, Macallan; mentre per Spumanti e Champagne gli italiani prediligono Dom Pérignon, Santero, Aviva.

Inoltre, quello del Gin è un trend affermato non solo su Amazon, marketplace generalista per antonomasia, ma anche sui pure-player di settore: su Mr. Dee Still, ad esempio, sempre nel periodo di riferimento, risulta una delle categorie più rilevanti. 

Ma quali sono le differenze di acquisti tra un marketplace generalista e uno specializzato?

La differenza tra un marketplace come Amazon e un pure-player verticale come Mr. Dee Still sta nel tipo di prodotto ricercato: se su Amazon prevalgono infatti ricerche di prodotti meno di nicchia e che godono di grande awareness (come Baileys per i liquori o Jack Daniel’s per il Whisky), su piattaforme di settore come Mr. Dee Still sono privilegiati i prodotti storici in edizioni limitate ma anche prodotti accattivanti in categorie emergenti (come la tequila) e che sono difficilmente reperibili su shop online più generalisti.

Un esempio esplicativo a tal proposito è dato dalla categoria degli Amari, che su Amazon.it è molto poco rilevante a livello di volume di ricerca, e privilegia brand noti come Amaro Del Capo o Jefferson, mentre su Mr. Dee Still rappresenta una delle categorie più interessanti, con ricerche di amari locali come Amaro Camatti e Mirto Silvio Carta ricetta storica.

Lo stesso avviene per lo Champagne, la cui marca più cercata su Amazon.it è il famosissimo brand Dom Pérignon, mentre su Mr. Dee Still è il Cristal, brand ultra premium della Maison Louis Roederer.

In generale, poi, la categoria Spumanti & Champagne su Amazon.it è caratterizzata in grande quantità da ricerche di prodotti a prezzi scontati: sempre nello stesso periodo di analisi, il termine di ricerca aumentato in volume più del +1000% rispetto all’inizio del periodo considerato è stato infatti “champagne offerta”.

Gli italiani cercano direttamente la marca oppure prediligono ricerche generiche?

Nonostante su Amazon.it prevalgano le ricerche di prodotti di brand molto conosciuti, alcune sotto-categorie di spirits mantengono ancora una grossa fetta di ricerche generiche (ciò significa che gli utenti cercano i prodotti mediante parole chiave generiche, spesso di descrizione di prodotto). Ed è proprio il caso delle sotto-categorie meno sviluppate su Amazon.it, come Amari e Liquori, che si mantengono su percentuali di ricerche generiche che superano l’80%.

In linea generale, maggiore è la percentuale di ricerche branded (e cioè quando gli utenti digitano nella barra di ricerca direttamente il brand specifico che vogliono acquistare), più la sotto-categoria sarà dominata da brand top-of-mind: sarà quindi una categoria più concentrata e meno facile da presidiare per un nuovo player.  Ad esempio, le sotto-categorie Spumante & Champagne e Rum sono quelle con la preponderanza maggiore di ricerche branded.

Interessante da questo punto di vista è sempre la sottocategoria del Gin, che nonostante mantenga la leadership di categoria in termini di volumi di ricerca, è composta da meno del 20% di ricerche branded. Ciò denota una grossa opportunità per eventuali immissioni nel mercato da parte di aziende produttrici del settore, che potrebbero sfruttare strategicamente questo gap esistente tra domanda e offerta.

Fonte: comunicato stampa

Carbon farming: cos’è e perchè è importante per la politica climatica dell’UE

Con il termine Carbon farming, letteralmente “coltivazione di carbonio”, si fa riferimento a quelle pratiche agricole in grado di incrementare la capacità del suolo di sequestrare la CO2 con l’obiettivo di contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici.

Proprio per tale ragione si tratta di un “concetto” che in Europa sta riscuotendo sempre più successo tanto da essere considerato uno strumento fondamentale del Green Deal. Secondo la Commissione europea queste tecniche possono infatti rendere il comparto agricolo un settore chiave per il raggiungimento della strategia Fit for 55 che ha come obiettivo quello di ridurre le emissioni di gas serra nei territori appartenenti all’UE di almeno il 55% entro il 2030, rispetto a quelle registrate nel 1990, e di rendere l’Europa carbon neutral entro il 2050.

Quali sono le pratiche agricole che combattono il climate change?

Come si legge nel documento del Parlamento Europeo “Carbon Farming- Making agricolture fit for 2030”, la coltivazione di carbonio comprende principalmente tre tipi di azioni: innanzitutto la rimozione della CO2, ossia il sequestro e lo stoccaggio del carbonio nei suoli nella vegetazione nei raccolti, poi il contenimento delle emissioni con la prevenzione delle perdite di carbonio già immagazzinato nel suolo e nella vegetazione e infine la riduzione delle emissioni generate dalle attività agricole.

Il terreno come magazzino della CO2 

Si calcola che, come riportato nell’articolo “Carbon Farming: opportunità concreta per l’allevamento” pubblicato sul portale Carni Sostenibili, attraverso l’adozione di buone pratiche agricole il suolo può sequestrare a livello mondiale 0,4-1,2 miliardi di tonnellate l’anno di CO2. A favorire il deposito di carbonio ad esempio la presenza di colture di copertura, l’impiego di fertilizzanti organici e l’utilizzo dell’irrigazione. Naturalmente si deve tener conto, nel valutare l’efficacia delle diverse pratiche agricole, dal fatto che i Paesi che compongono l’UE sono molto diversi in termini di struttura del suolo, di coperture forestali e di tipi di agricoltura. Per cui alcune tecniche hanno maggior successo di altre proprio a seconda delle regioni in cui vengono poste in essere. Ad esempio la conservazione delle torbiere mostra un potenziale maggiore nell’europa settentrionale rispetto a quella meridionale, al contrario l’agro forestazione mostra il maggior potenziale di mitigazione nell’europa meridionale e orientale e la gestione dei nutrienti è invece distribuito equamente in tutto il continente.

Inoltre come evidenziato sempre nell’articolo citato, poiché gli allevamenti zootecnici sono una parte dell’agricoltura, anche questo ambito può dare un suo importante contributo. In particolare, il bestiame al pascolo può aiutare ad aumentare la quantità di carbonio immagazzinata nei terreni erbosi incoraggiando la pianta a produrre più radici e ad assorbire più CO2. Nel caso, ad esempio, delle filiere della carne delle aree del Mediterraneo, la presenza di ampie superfici a pascolo e silvane comporta assorbimenti importanti di carbonio, seppure, anche in questo caso, con una variabilità elevata in base alla zona.

Ma qual è il reale apporto che la coltivazione del carbonio ha in termini di assorbimento dei gas serra?

Il contributo del carbon farming alla mitigazione delle emissioni climalteranti

Lo studio del Parlamento Europeo afferma che il potenziale di mitigazione del carbon farming nel territorio dell’Unione può variare tra 101 e i 444 Mt CO2 equivalente all’anno, in altre parole circa il 3-12% delle emissioni totali di gas serra annue dell’UE.

Questo significa che anche tenendo in considerazione la stima più bassa, l’agricoltura del carbonio potrebbe compensare il 26% delle emissioni agricole annuali dell’Unione Europea.

Secondo la Commissione Europea, il carbon farming contribuirà a stoccare 42 milioni di tonnellate di CO2 all’anno entro il 2030 diventando quindi centrale nella strategia climatica del vecchio continente. Va comunque precisato, come anche sottolineato nello studio del Parlamento europeo che queste pratiche agricole possono certamente contribuire nel contrasto alla crisi climatica ma ridurre e evitare le emissioni climalteranti deve restare l’obiettivo principale di tutti gli operatori economici compresi i consumatori e l’industria.

Foto: Ludovica Nati