Al via il progetto LIFE italo-spagnolo A-MAR Natura 2000, per la valorizzazione dei siti marini mediterranei

LIFE A-MAR Natura 2000 è il progetto italo-spagnolo nato per promuovere le aree marine della rete Natura 2000, la “rete ecologica” istituita trent’anni fa dall’Unione Europea, che collega virtualmente tutti i siti più importanti da un punto di vista della conservazione di habitat e specie, al fine di farli conoscere al grande pubblico, valorizzare le loro peculiarità naturalistiche, sensibilizzare sulle loro fragilità e stimolare comportamenti più rispettosi e sostenibili. Un obiettivo quanto mai urgente, basato sulla consapevolezza che solo conoscendo davvero qualcosa si può amarlo e, di conseguenza, proteggerlo.

«A trent’anni dall’istituzione della Rete Natura 2000 – spiega Giampiero Sammuri presidente di Federparchi, capofila del progetto, – i siti marini rappresentano uno scrigno di biodiversità ancora poco conosciuto ma fondamentale, sia per i servizi ecosistemici offerti, cioè i benefici diretti e indiretti rivolti ai fruitori, sia per le politiche di conservazione dell’UE e il contrasto alla crisi climatica. In Italia, ad oggi, ci sono circa 288 siti marini Natura 2000, un numero in continuo aggiornamento, che coprono complessivamente più del 13% dell’area marina di competenza, tuttavia l’obiettivo è raggiungere una copertura del 30%». In Spagna i numeri sono simili e gli obiettivi condivisi.

Quale è lo scopo del progetto LIFE A-MAR Natura 2000

Da qui parte LIFE A-MAR Natura 2000 che è un progetto di comunicazione con azioni mirate a informare, formare, educare, emozionare e coinvolgere attivamente tutti i portatori di interesse del mondo del marea, dai turisti ai residenti, dalle istituzioni al mondo della ricerca, dagli operatori della nautica ai referenti delle attività sportive-ricreative, dai pescatori agli imprenditori locali, stimolando un’azione-reazione che porti a comportamenti più sostenibili, partecipativi e promotori di buone pratiche da diffondere come un’onda di marea. «Da un’indagine conoscitiva che abbiamo condotto nella primavera-estate 2020 – racconta Stefano Picchi direttore esecutivo di Triton Research, responsabile della gestione e della comunicazione del progetto insieme a Lipu e Fundación Biodiversidad (per la Spagna) –, ha messo in luce da un lato la mancanza di informazioni sui siti marini Natura 2000 e dall’altro come la maggioranza delle persone sarebbe disposta a migliorare il proprio comportamento se fosse a conoscenza della loro presenza in una tale area, riducendo i propri impatti diretti e indiretti sui delicati ecosistemi marini. Per questo, nei prossimi tre anni, nell’ambito di LIFE A-MAR Natura 2000, abbiamo progettato azioni che ci auguriamo possano riscontrare un grande interesse nel pubblico di tutte le categorie e avere una forte eco, al fine di contribuire attivamente alla tutela dei siti marini».

Le attività che saranno realizzate

Tra le prossime attività, è prevista per la seconda metà della primavera la creazione di un’app, facilmente fruibile e consultabile, che permetta all’utente di essere informato sulla presenza dei siti marini Natura 2000 più vicini, avere approfondimenti da un punto di vista scientifico con descrizione degli ambienti e delle specie più rilevanti e anche riportare eventuali segnalazioni con fotografie e video che potranno essere georeferenziati, caricati, verificati e messi a disposizione degli altri utenti. Sempre ad aprile partirà una campagna velica in Mar Tirreno che durerà circa due mesi e toccherà almeno 30 siti marini Natura 2000, da Sanremo a Tropea e alla costa settentrionale della Sicilia oltre a quella orientale della Sardegna, con eventi a terra in 12 tappe che comprenderanno conferenze stampa, attività di informazione nei porti e località turistiche, visite guidate, incontri partecipati di Citizen Scienze, ecc. Punti strategici delle attività saranno i tre Parchi Nazionali cofinanziatori del progetto: PN delle Cinque Terre, PN dell’Arcipelago Toscano e PN dell’Asinara, tre realtà di spicco nel panorama italiano dal punto di vista delle attività di tutela, conservazione e comunicazione ambientale.

Nella primavera 2024 la campagna velica verrà replicata in Spagna per un altro mese, sotto la guida di Fundación Biodiversidad, fondazione pubblica del Ministero per la Transizione Ecologica e la Sfida Demografica del paese, che porta avanti da anni diversi progetti di conservazione e gestione dei siti della Rete Natura 2000. Sono inoltre previste due regate, la realizzazione di due documentari sui siti marini, numeroso materiale di approfondimento ed eventi.

Il Progetto LIFE A-MAR Natura 2000 consentirà anche di replicare in seguito buone pratiche e strategie efficaci di promozione e valorizzazione dei siti Natura 2000 in altri paesi del Mediterraneo, a cominciare da Malta, Francia, Grecia e Albania, creando un positivo effetto domino sull’intero ecosistema marino. Il tutto sempre grazie ad azioni di comunicazione che portino avanti messaggi chiave, chiari e positivi, ma anche urgenti e propositivi, validati scientificamente, che tengano conto della bellezza e importanza di habitat e specie marine, ma anche delle minacce costanti a cui sono soggetti, come l’inquinamento, in particolare da plastica, il consumo eccessivo delle risorse (per esempio l’overfishing), l’impatto del turismo non regolamentato, ecc. 

Così come ogni sito della Rete Natura 2000 è prezioso singolarmente, ma lo è ancor di più nell’ottica di un insieme di aree naturali protette, anche ognuno di noi può fare tanto autonomamente per la tutela della biodiversità e ogni azione sarà più efficace se partecipata e condivisa su grande scala. 

Fonte: comunicato stampa

Carbon farming: cos’è e perchè è importante per la politica climatica dell’UE

Con il termine Carbon farming, letteralmente “coltivazione di carbonio”, si fa riferimento a quelle pratiche agricole in grado di incrementare la capacità del suolo di sequestrare la CO2 con l’obiettivo di contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici.

Proprio per tale ragione si tratta di un “concetto” che in Europa sta riscuotendo sempre più successo tanto da essere considerato uno strumento fondamentale del Green Deal. Secondo la Commissione europea queste tecniche possono infatti rendere il comparto agricolo un settore chiave per il raggiungimento della strategia Fit for 55 che ha come obiettivo quello di ridurre le emissioni di gas serra nei territori appartenenti all’UE di almeno il 55% entro il 2030, rispetto a quelle registrate nel 1990, e di rendere l’Europa carbon neutral entro il 2050.

Quali sono le pratiche agricole che combattono il climate change?

Come si legge nel documento del Parlamento Europeo “Carbon Farming- Making agricolture fit for 2030”, la coltivazione di carbonio comprende principalmente tre tipi di azioni: innanzitutto la rimozione della CO2, ossia il sequestro e lo stoccaggio del carbonio nei suoli nella vegetazione nei raccolti, poi il contenimento delle emissioni con la prevenzione delle perdite di carbonio già immagazzinato nel suolo e nella vegetazione e infine la riduzione delle emissioni generate dalle attività agricole.

Il terreno come magazzino della CO2 

Si calcola che, come riportato nell’articolo “Carbon Farming: opportunità concreta per l’allevamento” pubblicato sul portale Carni Sostenibili, attraverso l’adozione di buone pratiche agricole il suolo può sequestrare a livello mondiale 0,4-1,2 miliardi di tonnellate l’anno di CO2. A favorire il deposito di carbonio ad esempio la presenza di colture di copertura, l’impiego di fertilizzanti organici e l’utilizzo dell’irrigazione. Naturalmente si deve tener conto, nel valutare l’efficacia delle diverse pratiche agricole, dal fatto che i Paesi che compongono l’UE sono molto diversi in termini di struttura del suolo, di coperture forestali e di tipi di agricoltura. Per cui alcune tecniche hanno maggior successo di altre proprio a seconda delle regioni in cui vengono poste in essere. Ad esempio la conservazione delle torbiere mostra un potenziale maggiore nell’europa settentrionale rispetto a quella meridionale, al contrario l’agro forestazione mostra il maggior potenziale di mitigazione nell’europa meridionale e orientale e la gestione dei nutrienti è invece distribuito equamente in tutto il continente.

Inoltre come evidenziato sempre nell’articolo citato, poiché gli allevamenti zootecnici sono una parte dell’agricoltura, anche questo ambito può dare un suo importante contributo. In particolare, il bestiame al pascolo può aiutare ad aumentare la quantità di carbonio immagazzinata nei terreni erbosi incoraggiando la pianta a produrre più radici e ad assorbire più CO2. Nel caso, ad esempio, delle filiere della carne delle aree del Mediterraneo, la presenza di ampie superfici a pascolo e silvane comporta assorbimenti importanti di carbonio, seppure, anche in questo caso, con una variabilità elevata in base alla zona.

Ma qual è il reale apporto che la coltivazione del carbonio ha in termini di assorbimento dei gas serra?

Il contributo del carbon farming alla mitigazione delle emissioni climalteranti

Lo studio del Parlamento Europeo afferma che il potenziale di mitigazione del carbon farming nel territorio dell’Unione può variare tra 101 e i 444 Mt CO2 equivalente all’anno, in altre parole circa il 3-12% delle emissioni totali di gas serra annue dell’UE.

Questo significa che anche tenendo in considerazione la stima più bassa, l’agricoltura del carbonio potrebbe compensare il 26% delle emissioni agricole annuali dell’Unione Europea.

Secondo la Commissione Europea, il carbon farming contribuirà a stoccare 42 milioni di tonnellate di CO2 all’anno entro il 2030 diventando quindi centrale nella strategia climatica del vecchio continente. Va comunque precisato, come anche sottolineato nello studio del Parlamento europeo che queste pratiche agricole possono certamente contribuire nel contrasto alla crisi climatica ma ridurre e evitare le emissioni climalteranti deve restare l’obiettivo principale di tutti gli operatori economici compresi i consumatori e l’industria.

Foto: Ludovica Nati